John Simpson

Quando ho aperto la busta quasi non credevo che ero stato scelto

Ischia, giugno 2010 – “Per me è un grande onore ricevere questo premio, si tratta di uno dei premi più prestigiosi in Europa. Quando ho aperto la busta quasi non credevo che ero stato scelto io”. Un giornalista che si trovi ad operare nelle zone meno piacevoli del mondo ha buone probabilità di incontrare e lavorare con un gruppo di colleghi che già conosce. Ci sono gli inglesi, naturalmente. Ci sono i francesi. Ci sono gli australiani, e inoltre i neozelandesi e i sudafricani, i quali spesso si occupano della parte tecnica per le maggiori reti televisive. In particolare vi sono gli italiani. Personalmente non ricordo di alcun avvenimento importante in una zona pericolosa durante il quale non erano presenti giornalisti e cameraman italiani.

Non i tedeschi. Non i giapponesi. E oggi, non gli americani. Queste nazionalità nelle zone difficili le trovi solo di tanto in tanto, ma gli unici sempre presenti sono gli italiani, i francesi e i britannici. Quindi è stato un immenso piacere, oltre che un grande onore, apprendere che mi era stato assegnato il Premio Ischia per il 2010; quando ho letto la lunga lista di persone che negli anni avevano ricevuto questo premio, ho provato un senso in inadeguatezza. Questa emozione, ho notato, la provano spesso le persone che lavorano per i notiziari televisivi; sono convinti, a ragione o a torto, che ci sia qualcosa di culturalmente inferiore nel notiziario televisivo – come se esso fosse più semplice e meno significativo rispetto allo scrivere per un quotidiano o per una rivista.

L’esperienza di Ischia nel suo insieme ha confutato questo. Il Premio è uno dei grandi riconoscimenti internazionali, e la bellezza dell’isola (per la quale, da quanto capisco, il Premio è una vetrina) ha reso l’evento ancora più bello. Nella maggior parte delle nazioni, una cerimonia come questa si sarebbe svolta all’interno di un teatro afoso o in una sala per concerti. Qui eravamo seduti all’esterno in una serata calda e ci siamo divertiti. La cerimonia della premiazione in sé è stata un capolavoro dell’arte italiana dell’intrattenimento, un connubio tra intelletto e spettacolo televisivo, che ha coniugato il serio con il glamour. Ragazze abbigliate con vestiti non più grandi di un fazzoletto ricoperto di paillettes erano presenti sul palcoscenico ondeggiando su tacchi alti come trampoli, sorridendo al pubblico mentre portavano le bellissime sculture d’argento da consegnare ai vincitori. I giornalisti che avevano vinto il trofeo erano vestiti male come lo sono solitamente quasi tutti i giornalisti e formavamo uno strano contrasto con lo sfarzo televisivo che ci circondava. Sono riuscito a balbettare alcune parole in italiano, che avevo faticosamente imparato durante la prima parte della cerimonia, e ho ricevuto un applauso veramente superiore ai miei meriti.

Sono stato particolarmente fortunato ad avere la compagnia, i consigli e la conoscenza di Ischia e dell’Italia di Dennis Redmont, che faceva parte dell’organizzazione, e anche del mio collega da molti anni David Willey, il corrispondente da Roma della BBC. Avevo conosciuto Dennis nel corso di alcuni dei grandi eventi mondiali nel passato, quando lui era il re delle agenzie giornalistiche; David, quando arrivai alla BBC nel 1966, era così eccezionalmente carismatico che subito decisi che un giorno avrei dovuto diventare un corrisponde estero come lui; e ad Ischia, 44 anni dopo, ho pensato che forse ci ero riuscito. E’ stato incantevole essere introdotto ai misteri ischitani da loro due e dalle loro deliziose signore. Da quando ho ricevuto il premio, persino io mi sorprendo dell’abilità con la quale, chiunque incontri, faccio scivolate nella conversazione il fatto di aver ottenuto il Premio Ischia. E’ certamente uno degli onori maggiori che ho avuto la fortuna di ricevere. E in quale magnifico scenario!